In questo articolo approfondiamo con l’avvocato penalista Federica Chironi la responsabilità penale aziendale e i risvolti dei quali potrebbero rispondere i datori di lavoro che non hanno applicato tutte le norme previste dagli ultimi emendamenti in materia di sicurezza sul lavoro post Covid.

L’articolo 42, comma 2, del D.L. n. 18/2020 (c.d. Decreto Cura Italia), ha precisato che “Nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente allINAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dellinfortunato”. Ciò significa che il nostro ordinamento oggi considera il contagio da Covid 19 a tutti gli effetti un infortunio sul lavoro, con la conseguenza che il dipendente contagiato potrà ricevere la copertura assicurativa INAIL ove sia in grado di dimostrare che il contagio sia avvenuto in occasione di lavoro.

Trattasi, all’evidenza, di una prova tutt’altro che semplice, la quale dev’essere fornita dal dipendente assicurato in base agli ordinari principi giuridici in materia di onere della prova.

A rendere ancora più complessa la prova è il noto periodo di incubazione del Covid 19, che va dai 10 giorni fino ad un massimo di 14 giorni, sarà quindi necessario dimostrare che in un tale intervallo di tempo, che intercorre tra il contagio e lo sviluppo dei sintomi, non siano entrati in gioco fattori di contagio esterni all’ ambiente di lavoro, quale ad esempio l’ambiente domestico, i supermercati, le farmacie.

Al fine di porre rimedio ad un così gravoso onere della prova, è intervenuta allora l’ INAIL con la circolare n. 13 del 2020, che ha introdotto una presunzione semplice di contagio di origine professionale per tutti quei soggetti ritenuti maggiormente esposti al rischio di contagio in virtù della professione da questi esercitata, primi tra tutti gli operatori sanitari, ma anche operatori dei front-office, cassieri, addetti alle vendite.

Per tutti questi soggetti la presunzione semplice determina una vera e propria inversione dell’onere della prova, sicché sarà il datore di lavoro e non più il lavoratore a doversi attivare per dimostrare qualcosa, ed in particolare per dimostrare che il contagio ha un’origine diversa da quella professionale (sarà cioè la struttura sanitaria, ad esempio, a dover dimostrare che il medico abbia contratto il virus a casa o al supermercato e non in ospedale, durante l’esercizio della sua attività lavorativa).

Ciò premesso, ci si domanda dunque quali risvolti penalistici possano avere le vicende di contagio da Covid-19 dei dipendenti negli ambienti di lavoro, e ciò a prescindere dalla qualificazione operata dall’INAIL del contagio come infortunio sul lavoro, atteso che il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente delle infezioni di origine professionale solo se viene accertata la propria responsabilità per dolo o per colpa (come ribadito nella nota di chiarimento dell’ INAIL del 10 maggio 2020).

In via generale, il datore di lavoro che non ottemperi all’ obbligo di predisporre le cautele necessarie per prevenire ed evitare infortuni sul lavoro si rende responsabile del reato di ‘omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro’ di cui all’ art. 451 c.p., punito con la pena della reclusione fino ad un anno e della multa fino a 516 euro.

Detta disposizione è senz’ altro destinata a trovare applicazione anche ai giorni nostri, nell’ ipotesi in cui il datore di lavoro abbia omesso di dare attuazione a tutte quelle prescrizioni impostegli dal D.lgs. n. 81/2008 (T.U. Salute e Sicurezza sul lavoro) e, soprattutto, dal protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione da Covid 19 negli ambienti di lavoro del 24 aprile 2020.

Quest’ultimo, difatti, ha introdotto ancor più precise e stringenti regole per i datori di lavoro per garantire la sicurezza ai propri dipendenti sul luogo di lavoro, ed in particolare: obblighi di informazione; obbligo di regolamentare le modalità di ingresso e di uscita dagli ambienti di lavoro, con misurazione della temperatura corporea; obbligo di pulizia e sanificazione degli ambienti; obbligo di mettere a disposizione dei lavoratori i necessari dispositivi di protezione individuale (igienizzanti, mascherine); obblighi inerenti la gestione degli spazi comuni e l’organizzazione aziendale; obblighi di gestione del lavoratore sintomatico e di sorveglianza sanitaria.

L’inottemperanza anche ad uno soltanto dei predetti obblighi espone pertanto il datore di lavoro a responsabilità penale non solo in relazione all’art. 451 c.p. sopra citato, ma altresì in relazione alle ben più gravi ipotesi di lesioni personali colpose di cui all’art. 590 c.p. e di omicidio colposo di cui all’art. 589 c.p., e ciò in virtù del disposto di cui all’art. 40 co. 2 c.p. a norma del quale “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

Ecco che dunque un datore di lavoro che abbia omesso di predisporre igienizzanti mani e mascherine per i propri dipendenti potrà trovarsi imputato in un procedimento penale per omicidio colposo nel caso in cui, a causa di detta negligenza, un dipendente abbia contratto il virus e sia poi deceduto in conseguenza dello stesso.

Con l’ulteriore aggravante, peraltro, di aver commesso il fatto con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, sicché la pena per il datore di lavoro sarà quella della reclusione da un minimo di due ad un massimo di sette anni, purché si possa dimostrare che il contagio del dipendente sia avvenuto, come già detto, in occasione del lavoro.

Una riflessione particolare merita, tuttavia, il caso di contagio degli operatori sanitari i quali, ai sensi della circolare INAIL n. 13/2020, sarebbero esonerati dalla prova del nesso di causalità tra l’attività lavorativa svolta e il contagio, sussistendo una presunzione semplice di origine professionale del contagio.

Ci si domanda, infatti, quale rilievo possa essere riconosciuto a una siffatta presunzione nell’ambito di un procedimento penale nel quale è la Pubblica Accusa a dover fornire la prova della colpevolezza dell’imputato, e in cui l’intero impianto normativo è imperniato sulla c.d. presunzione di innocenza dell’imputato sancita all’art. 27 co. 2 della Costituzione, in virtù della quale “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, condanna che può giungere solo ove sia fornita la prova della colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio.

Perché si giunga, dunque, ad una sentenza di condanna del datore di lavoro per le ipotesi di lesioni colpose o di omicidio colposo a titolo omissivo, sarà necessario comunque dimostrare, anche nel caso in cui ad essere contagiato sia un operatore sanitario, che il contagio sia avvenuto nell’ambiente di lavoro e a causa dell’inottemperanza colposa del datore di lavoro agli obblighi a lui imposti, passando per l’esclusione di qualsiasi altra possibile fonte alternativa di contagio, potendo la presunzione rilevare solo come mero indizio dell’origine professionale del contagio.

 

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